Laboratorio Intensivo di Alta Formazione per Attori Professionisti

“LO STATO D’ASSEDIO” di Alber Camus

diretto dal regista Matteo Tarasco

Durata: 2 settimane

Il laboratorio di alta formazione artistica sarà aperto ad attori professionisti di ogni età. Un modo di incentivare il dialogo generazionale dell’arte attraverso la sperimentazione di nuovi collettivi e risorse e la direzione di uno dei registi più rappresentativi della scena italiana.

Una fucina di formazione e creatività che occuperà gli spazi inusuali del Fortino Umbertino di Arghillà sito all’interno del Parco Ecolandia e lo spazio al chiuso la Nave di Teseo – Sala Spinelli. Il Laboratorio creerà un collettivo di attori selezionati da Matteo Tarasco dai profili curriculari e da audizioni. Matteo Tarasco ha accolto la nostra proposta di partire dal capolavoro di Camus per misurarci con i nostri stati d’anim.

Note di Matteo Tarasco sul Laboratorio “Lo Stato d’Assedio” di Albert Camus prodotto nell’ambito del Globo Teatro Festival

I confini dell’anima (Psyche), nel tuo andare, non potrai scoprirli, neppure se percorrerai tutte le strade: tanto profonda (Bathun) è l’espressione (logon) che le appartiene. (Eraclito)

Albert Camus è più di uno romanziere, più di drammaturgo, più di un filosofo, ed è le tre cose al contempo, ma non solo. La sua penna sempre affilata ha saputo indagare i meandri dell’animo umano, così come i labirinti dell’antropologia e della sociologia come pochi nel Novecento. Per questo motivo ci sembra necessario oggi, in una epoca post pandemica e guerresca, proporre un laboratorio intensivo con spettacolo finale su l’eclatante Lo stato d’assedio, ove Camus immagina la creazione di un regime totalitario mediante lo strumento del panico, o meglio mediante l’uso strumentale del panico. Ci siamo domandati che cosa sia e che cosa sia stato nella storia dell’uomo il panico e quali funzioni ha avuto di volta in volta nelle società a noi note. Una considerazione – in forma di premessa, potrebbe essere la seguente: la nascita e la morte sono eventi simmetrici, in quanto sono i limiti del tempo che trascorriamo sulla terra. Ma il rapporto che abbiamo con la vita e il rapporto che abbiamo con la morte, non sono affatto simmetrici: abbiamo atteggiamenti ben diversi verso l’inizio del nostro tempo sulla terra e verso la sua fine. Fatta questa premessa indispensabile non possiamo non interrogarci: dov’ero “io” prima di nascere? È una domanda interessante, con la quale si può facilmente convivere, anche se non ha risposta. Non si può dire altrettanto dalla domanda “dove andrò dopo la morte?” E qui interviene un fatto ineludibile: la coscienza di noi stessi che maturiamo nel corso della vita include un elemento irriducibile, che possiamo chiamare “transitorietà”, e questo senso di “transitorietà” è fondamentale nella nostra interpretazione del mondo, in altre parole, la vita dell’uomo si può intendere come tensione continua causata dalla consapevolezza del divenire e da un’immagine conscia o latente di eternità. Proprio a causa e nell’ambito di questa tensione viviamo con Panico.  Gli antichi greci ritenevano Pan un dio, il dio del terrore. Socrate invocava Pan, che considerava il suo proprio Daimon, quando cerca risposte, e per farlo si sdraia a gambe e braccia aperte in riva ai corsi d’acqua. Il Panico, cioè l’effetto che il Dio Pan produceva nell’anima dell’uomo era dunque, per gli antichi greci fonte di piacere e di unità con la natura. Essere “visitati” da Pan era auspicabile, in quanto il Dio del Panico generava conoscenza profonda del sé e ispirazione creativa. Dopo l’avvento dell’Illuminismo nel diciannovesimo secolo abbiamo assistito alla progressiva fuga dagli dèi, che ci ha allontanato dal significato arcaico e profondo dei fenomeni, per consegnarci alle spire ossessive delle definizioni scientifiche, dove il significato, il seme delle cose, non alberga più nel corpo, nella Physis, ma nella mente, nel Nous: oggi la lingua non è più del cuore, come diceva Paracelso, ma della mente. Il linguaggio è sempre più logico e sempre meno sentimentale.  Fare ritorno all’Antica Grecia significa riacquisire la forza poetica della parola, che crediamo oggi debba imporsi su altri linguaggi che dicono e spiegano, ma non insegnano il senso.  Con l’avvento del ventunesimo secolo, assistiamo ad un ulteriore fenomeno di corruzione del senso profondo dell’idea di Panico: il Panico è diventato la nuova ideologia, forse potremmo definirla l’ideologia dominante del nuovo secolo. Il Panico paralizza le coscienze e inibisce l’azione: è la nuova malattia sociale, sapientemente inoculata nelle coscienze collettive dei popoli; il nuovo morbo implacabile che destabilizza l’umanità in occidente come in oriente, nel sud e nel nord del mondo. L’antico Dio greco Pan, potesse ancora rivolgersi agli uomini, non fosse stato abbandonato e dimenticato, ci ricorderebbe con un sorriso beffardo che quando si balla sull’orlo dell’abisso non c’è tempo di annoiarsi.